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Filrouge# La suggestione del mito

Filrouge# La suggestione del mito

Policarbonato, cera d’api, cera microcristallina, gel di petrolio, nylon, poliestere, vinile, moquette, cromo, plastica protesica, sale, resina epossidica, argento Sterling, acrilico.

Elencare i materiali usati in un’installazione di Matthew Barney, artista americano di fama mondiale (il “più importante della sua generazione” secondo il New York Times) rende immediatamente la complessità della sua opera.

Seguire un solo episodio del suo leggendario ciclo cinematografico “Cremaster” si rivela un autentico tour de force, un’esperienza visiva che stordisce i sensi e della quale non si comprende pienamente il significato.

Bisogna essere preparati, perché gli eventi filmati da Barney sono zeppi di metafore e complicati rimandi narrativi che lo spettatore stenterebbe a cogliere se non fosse per gli indizi sapientemente rivelati su cataloghi e comunicati stampa dallo stesso autore.

Dalla visione di questi film si esce come dopo l’ascolto di una partitura sinfonica. Il ritmo è incessante, strane creature ibride dai tratti umani e zoomorfi prendono posto sulla scena a fianco di personaggi storici e leggendari. Il mago Houdini, l’architetto del tempio di Salomone Hiram Abiff, l’omicida Gary Gilmore, sono alcuni tra i tanti. Fra gli interpreti figurano personaggi che con la loro aura contribuiscono a rendere la narrazione carica di fascino e ambiguità. L’artista Richard Serra, ad esempio, interpreta il progettista del Chrysler Building William van Allen, mentre la bellissima Aimee Mullins, atleta senza gambe, con l’aiuto di protesi prende le sembianze di un felino.

Ad aumentare l’effetto straniante dell’universo visionario di Barney contribuisce la scelta di colori saturi, virati spesso su tonalità acide che rendono l’atmosfera fredda e asettica, alternando ambienti da camera operatoria con scenari di fastosità barocca.

L’universo visivo di Metthew Barney nella sua complessità vuole esplorare nuovi territori, usa un linguaggio ermetico per sconfinare in spazi indefiniti dove le regole sfuggono ai normali processi razionali.

Le creature che popolano questi spazi fanno parte di una cosmogonia privata, in cui l’artista ripercorre i miti della storia americana in una serie infinita di invenzioni e travestimenti.

Questo frastuono visivo, questa abbuffata compulsiva di immagini, capaci di mandare in tilt anche l’occhio più allenato, ben si accostano all’opera di un artista dal carattere eccentrico e irruento.

Holger Meier, in arte Kinki Texas, pittore e videomaker di Brema, è l’artista che più di altri si avvicina all’universo mitologico di Barney.

Certo il mondo di Kinki Texas, anzi il “Kinki Texas Space” da lui stesso denominato, nella fattura delle immagini è ben più ruvido e istintivo di quello del collega americano. Sono lontane le algide atmosfere e i maniacali dettagli di “Cremaster”. Piuttosto le opere di Meier ricordano la bellezza brutale e primitiva di Jean-Michel Basquiat, artista a cui spesso è stato paragonato.

La vicinanza con Barney è da ricercare semmai nella folla di creature ibride e terrificanti che riempie le sue tele.

La serie di personaggi che sfila irriverente nel “Kinki Texas Space” proviene direttamente dai territori sfocati dell’inconscio.

Cavalieri teutonici, mucche pazze, cowboys e pistoleri dalle fattezze cyber-punk, creature mutanti. Un carrozzone sgangherato, una sorta di “Armata Brancaleone” radicata nella vecchia Europa che si entusiasma per i miti della frontiera americana.

I lavori di Kinki Texas lasciano emozioni contrastanti, sono carichi di violenza, cinici e beffardi, ma nel contempo appaiono delicati e poetici.

Sarà per il tratto istintivo e veloce, o per la freschezza delle tinte pastello che avvolge in un mondo ovattato le mostruose figure.

Holger Meier costruisce il suo mondo leggendario e dà vita agli eroi della sua infanzia.

Come un bambino sadico ci trasporta in una dimensione allucinata in cui la realtà è capovolta e il racconto assume i toni dell’assurdo.

A ben vedere la storia dell’arte trabocca di creature ambigue e bizzarre.

Hieronymus Bosch con i suoi deliranti scenari non è forse un illustre antesignano?

Matthew Barney e Kinki Texas danno forma ai mostri del proprio inconscio, inventano le loro personali odissee e lo fanno in un modo spiazzante e sublime, affondando direttamente nelle radici del mito.

Per saperne di più:

Matthew Barney:

cremaster di Matthew Barney

http://kinki-texas.blogspot.it/

 

Autore: Silvia Castrati

L'arte è la mia vita vera, tutto il resto potrebbe anche non esistere...Tu anche fai parte del mio progetto artistico.

Silvia Castrati
Written by Silvia Castrati

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