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Il realismo surreale di Irene Kung

Il realismo surreale di Irene Kung

Ci sono artisti che nel momento in cui riescono ad imporsi all’attenzione generale di pubblico e critica sono destinati immediatamente a suscitare reazioni molto contrastanti. Da quando, peraltro, l’avvento del digitale ha radicalizzato le possibilità espressive della fotografia, capita sempre più spesso che in tanti si muovano sul confine di quello che molti di noi considerano un limite etico, tangente ad altre discipline più propriamente afferenti la grafica e il fotoritocco. Irene Kung, elvetica, ha sviluppato un proprio stile visionario, eccentrico, estremo che a molti ha già fatto storcere il naso. Eppure tutti ne parlano perché la sua poetica è originale, influenza colleghi e genera imitazioni.

L’arte di Irene si basa su un paradosso tecnico-formale: da un lato la ricerca di in estremo realismo del soggetto, di una verosomiglianza ottenuta attraverso una nitidezza cristallina; dall’altro l’immersione del soggetto stesso in un limbo spaziale assolutamente indefinito e oscuro. Un’atmosfera magica pervade architetture, piante, animali, paesaggi che vengono decontestualizzati per essere avvolti, in modo del tutto artificiale, dalle tenebre o dalla nebbia, come fossero ritratti all’interno di uno studio di posa dove le luci dei riflettori vengono sparate sull’elemento centrale facendo il buio attorno. Una drastica manipolazione digitale che riesce nel tentativo, forse involontario, di riproporre con effetti moderni le atmosfere delle prime fotografie della storia, contraddistinte per propri limiti tecnici da quella vignettatura vintage così fascinosa. Un contradditorio dialogo di luci e ombre, ma anche di temperature di colore dove alla sensuale carezza offerta ai nostri sensi da profumi, superfici, sfumature che sembrano sprigionarsi dai suoi modelli, animali o paesaggi che siano, fa brutale riscontro l’oscura freddezza del nuovo ambiente in cui sono calati; un contesto che viene stralciato del tutto, come aspirato, per lasciare galleggiare le forme nel vuoto. Uno stratagemma che le rende assolute e silenziose come fossero all’interno di teche museali ma non si tratta di impassibili nature morte, tutt’altro; Irene Kung ci tiene a valorizzare la presenza vitale di alberi, di mucche, di cavalli, di onde marine o di monumenti. Il suo scopo è proprio quello di elevarli alla nostra attenzione per uno stato superiore di contemplazione visiva, basata sul rispetto e sul silenzio. La stessa che coinvolge la fotografa nel momento in cui, davanti al Colosseo, si astrae dal frenetico turbinio di gente e di auto, per concentrarsi sulla vivida presenza del monumento; una sensazione ispiratrice che recupera successivamente in studio quando in fase di post-produzione annerisce lo spazio che circonda il profilo architettonico facendolo emergere in modo lampante, togliendo ogni riferimento al “dove” e al “quando” ed esigendo concentrazione sul “cosa”.

Emblematico e ironico il “Quarto Stato”, un fronte di vacche, belle e tipicamente elvetiche, che rende omaggio al celebre quadro di Pellizza da Volpedo: lo stesso approccio prospettico centrale, dinamico e solenne, così carico di un assoluto simbolismo. Mi viene da pensare ad una sorta di realismo surreale, memore di alcune sensazioni stranianti di memoria surrealista; ma se in quel caso il cortocircuito visivo si basava proprio sull’onirico immobilismo di forme inanimate associate in modo innaturale, nel caso della Kung abbiamo a che fare, al contrario, con la volontà forte di rendere ancora più veri i suoi soggetti focalizzando tutta la nostra energia osservativa attraverso immagini nitide prive di una qualunque collocazione. Una straordinaria convivenza di suggestioni visive antiche e moderne esaltata dalla tecnologia più contemporanea.

Michele Galice

Autore: Michele Galice

Figlio di pittori, architetto, fotografo, mangiatore d'arte bulimico, intollerante al glutine, ai crostacei e alla mediocrità umana.

Michele Galice
Written by Michele Galice

Figlio di pittori, architetto, fotografo, mangiatore d'arte bulimico, intollerante al glutine, ai crostacei e alla mediocrità umana.

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