Open top menu
#L’ATALANTE: RAN

#L’ATALANTE: RAN

RAN (Caos, ndr) uscito nel 1985 è considerato da molti critici il capolavoro di Akira Kurosawa, ispirato al dramma shakesperiano Re Lear, narra le vicende di Hidetora Hichimonji, che divide il regno tra i suoi tre figli, Taro, Jiro e Saburo. Allontana inizialmente il suo prediletto, che contrasta la decisione del genitore, passando poi da un castello ad un altro fino all’epilogo drammatico e privo di speranza. La narrazione è affidata alle immagini oltre che alla sceneggiatura e Kurosawa rende omaggio al maestro Ejzenstejn prendendone a modello la grande lezione di cinema come esperimento tecnico e come stile prima ancora che racconto. Un film, dove sono le immagini il fulcro principale della narrazione.

L’inizio del film concentra fortemente il senso della vicenda: quattro cavalieri giapponesi immobili sul punto più alto di una collina. Intorno, altre colline e un vento fastidioso, improvvisamente come un fulmine, ecco spuntare un cinghiale. La caccia può avere inizio, e con lei i titoli di testa. C’è già tutto “RAN” in poco più di due minuti. Calma e  caos, guerra e pace, normalità e pazzia. Kurosawa in ogni sequenza usa le immagini per rappresentare emozioni e per raccontare, non sono gli uomini e le vicende , ma soprattutto il dramma umano. Non usa mai il contro campo quando due personaggi si raffrontano, ma li riprende di lato, non sono i loro volti che devono raccontare le emozioni ma le immagini. Ed ecco che anche i castelli non vengono mai mostrati nella loro totalità, ma sempre con inquadrature strette, spesso dal basso verso l’alto, porte che si aprono e si chiudono continuamente a rappresentare gli intrighi di palazzo. Anche le battaglie epiche sono narrate con grande forza comunicativa, la macchina da presa non è mai invadente e mostra una battaglia in stile documentaristico, con nubi di polvere che si alzano da terra raffigurando un paesaggio infernale.

Anche il colore rappresenta un elemento fondamentale della narrazione, dei tre colori primari, rosso giallo e blu, sono tessuti i costumi dei tre figli è invece bianco il vestito del padre perché il bianco è la somma di tutti i colori, la genesi, la creazione, mentre nella scena finale, l’esercito di Fujimaki è nero, l’antitesi, l‘oscurità e la morte che incombono sull’umanità.

Tragedia corale e di un singolo individuo, Hidetora, responsabile di tutto, degli orrori passati e di quelli correnti. Ogni personaggio coinvolto, ogni battaglia, ogni dramma, è riconducibile a lui e diviene proiezione della sua follia, un rimorso inestinguibile. Con il progredire degli scontri e della vicenda anche la mente di Hidetora subisce degli sconvolgenti cambiamenti, trasformando il principe feudatario in un vecchio pazzo accompagnato dalla sua coscienza, il buffone di corte, fino alla fine, dicendo quello che la mente sa ma che la voce non vuol dire:”Il cielo è molto lontano, ma l’inferno non lo è” e il dramma ha inizio, RAN il caos. Nella scena finale troviamo Tsurumaru, altro fantasma pallido, fratello di Suè a cui è stato portato via tutto da Hidetora, anche la vista, abbandonato sulle rovine del castello distrutto anni prima dal principe per la sua sete di potere. Tsurumaru è solo, cieco, abbandonato, prossimo alla fine in alto ad un bastione sul punto di cadere, come il genere umano, sull’orlo di un baratro.

“Sono gli Dei che piangono per gli umani, per i delitti che commettono, per la loro stupidità, perché credono che la loro sopravvivenza dipenda dall’assassinio degli altri ripetuto all’infinito. Gli uomini cercano il dolore, non la felicità”.

Autore: Alessandro Nicolò

Mangio fotografia a colazione, per pranzo del teatro e a cena mi faccio scorpacciate di cinema.

Alessandro Nicolò
Written by Alessandro Nicolò

Mangio fotografia a colazione, per pranzo del teatro e a cena mi faccio scorpacciate di cinema.

No comments yet.

No one have left a comment for this post yet!

Leave a comment