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Prigione con vista

Prigione con vista

A molti, anche ai più lontani dal mondo letterario, il nome di Gaspara Stampa è in qualche modo entrato, quasi di soppiatto, nelle orecchie, magari con appeso un cartellino che ne evidenzia la licenziosità, la sfrontatezza. È divenuto insomma uno di quei nomi che si riconoscono, vengono notati all’udito o alla vista per qualche incommensurabile attimo, forse anche solo per il suo essere così buffo, inusuale. E se provassi a battere questo nome: Isabella di Morra, quanti se ne uscirebbero con una frase tipica come: “Mah, a me sembra di averlo già sentito.”? Penso veramente pochi, molto più probabilmente nessuno si sentirebbe di affermarlo, nonostante quel suo particolare retrogusto aristocratico che ci lascia in bocca.

La storia delle Rime di Isabella di Morra si dipana su un arco di tempo di 500 anni circa in cui le stesse hanno conosciuto momenti di alti e bassi dettati principalmente dalle mode del momento. L’interesse suscitato dalla materia pulsante in esse contenuta scaturisce dal fascino che subito, a una prima, anche distratta, lettura, queste sprigionano, e dalla varia possibilità di discussione in loro insita. Sono soltanto 13 i componimenti che ci sono pervenuti, 13 brani, 13 finestre aperte sulla vita e sull’anima di una poetessa italiana, salvati quasi per miracolo da un meticoloso archivista, per caso riscoperti dopo il brutale assassinio della stessa e di recente rivalutati. Raccontano di cosa significasse essere donna ‘consapevole’ in quel periodo di transizione della storia italiana e europea occidentale che ricordiamo col nome di Rinascimento e che affonda le sue radici proprio nella cultura italiana e in quegli intellettuali che amplificarono talmente i precetti tardo medievali dell’umanesimo da riuscire a imporre all’attenzione europea un “rinnovato” modo di pensare. La scoperta del nuovo mondo, l’iniziare a mettere in discussione proprio quei concetti e precetti libreschi utilizzati e per il governo e per la conduzione della vita di tutti i giorni che da più di mille anni regnavano incontrastati, come anche la crisi che nel XIV sec. coinvolse la Chiesa, furono tutti avvenimenti che pian piano diedero ampio spazio, nonché poi concretamente un nuovo spazio, all’uomo inteso come individuo responsabile delle proprie azioni e inserito in una cornice a primo acchito decisamente più laica, anche se profondamente misogina.

In questo strano clima misto a laicità, inasprimento delle regole dottrinali (la Chiesa cattolica era impegnata in una lotta fortemente repressiva contro la Riforma luterana) e crescente misoginia, si inseriscono tante voci al femminile che per secoli avevano “taciuto”. E Isabella fu una di quelle voci, una ragazza che venne educata con metodi per quel periodo progressisti, che imparò a leggere, che poteva scrivere, ma soprattutto discriminare e scindere da fine osservatrice la sua personale situazione; anche se lontana nel tempo la sua storia continua tristemente a ripetersi e a essere perpetrata, nonostante a tutt’oggi la donna abbia, almeno sulla carta, ottenuto quei diritti civili che le hanno legalmente conferito dignità di essere umano, come quello di poter parlare, esprimere il proprio parere, ovvero contribuire direttamente alla “costruzione” di una società, la nostra, occidentale, che ha la presunzione di ritenersi in uno stato di progresso.

L’amore per la cultura e un amore non consumato se non all’interno delle mura della sua prigione, il castello paterno nella tenuta di Favàle a Valsinni, in Basilicata, sono state le cause che portarono al suo assassinio per mano dei fratelli minori. Lei e le sue lettere, lei e il suo corpo, lei e la sua anima escono perfettamente ritratti all’interno dei suoi componimenti. Come anche lei e la sua amata.

Con un insieme eterogeneo di temi e immagini Isabella ci catapulta repentinamente da un mondo magico, pagano, in uno più dimesso, cristiano, creando parallelismi inattesi e contaminazioni irriverenti. Cosciente di sé, forse non pienamente consapevole; costretta in prigione e libera grazie ai suoi versi; femmina fra bifolchi ignoranti; troppo dotata perché potesse sopravvivere; in attesa di un gesto, un segno di libertà. Quella libertà che lei ben sapeva non appartenere al suo genere, alle creature costrette a diventare donne. Isabella è senza volto, si trasfigura per e nelle sue parole, si eleva a una dimensione ibrida, lontana dal reale che tanto la opprime e castra. La disperazione e l’impotenza, come pure la gioia e la follia, sono urlati dai suoi versi forgiati minuziosamente, liquidi, polimorfi e polisemici. E la sua verginità si perde in un rito da tiaso saffico. Naturalmente, e nonostante non lo si riscontri nelle sue poesie, si disse che l’amore che disonorò la famiglia Di Morra fosse diretto a un uomo, tale Diego Sandoval de Castro, principe spagnolo, anche lui uomo di lettere. Tesi decisamente troppo debole per un’anima così forte.

Le Rime.

I fieri assalti di crudel Fortuna

scrivo piangendo, e la mia verde etate;

me che ‘n sì vili ed orride contrade

spendo il mio tempo senza loda alcuna.

Degno il sepolcro, se fu vil la cuna,

vo procacciando con le Muse amate,

e spero ritrovar qualche pietate

malgrado de la cieca aspra importuna;

e col favor de le sacrate Dive,

se non col corpo, almen con l’alme sciolta,

essere in pregio a più sacrate rive.

Questa spoglia, dov’or mi trovo involta,

forse tale alto Re nel mondo vive,

che ‘n saldi marmi la terrà sepolta.

 

 

Sacra Giunone, se i volgari amori

son de l’alto tuo cor tanto nemici,

i giorni e gli anni miei chiari felici

fa’ con i tuoi santi e ben concessi ardori.

A voi consacro i miei verginei fiori,

a te, o dea, e ai tuoi pensieri amici,

o de le cose sola alme beatrici,

che colmi il ciel de’ tuoi soavi odori.

Cingimi al collo un bello aurato laccio

de’ tuo’ più cari ed umili soggetti,

che di servir a te sola procaccio.

Guida Imeneo con sì cortesi affetti

e fa’ sì caro il nodo ond’io mi allaccio,

ch’una sola alma regga i nostri petti.

 

 

 Quanto pregiar ti puoi, Siri mio amato,

de la tua ricca e fortunata riva

e de la terra che da te deriva

il nome, ch’al mio cor oggi è sì grato;

s’ivi alberga colei, che ‘l ciel irato

può far tranquillo e la mia speme viva,

malgrado de l’acerba e cruda Diva,

ch’ogni or s’esalta del mio basso stato.

Non men l’odor de la vermiglia Rosa

di dolce aura vital nodrisce l’alma

che soglian farsi i sacri Gigli d’oro.

Sarà per lei la vita mia gioiosa,

de’ grevi affanni deporrò la salma,

e queste chiome cingerò d’alloro.

 

Foto di Enrico Paravani ©

Luigi Conversini
Written by Luigi Conversini

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