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#TerzaPagina: John Fante, La confraternita dell’Uva

#TerzaPagina: John Fante, La confraternita dell’Uva

John Fante (Denver, 8 aprile 1909-Los Angeles, 8 maggio 1983), è stato scrittore e sceneggiatore americano di origine italiana.

 

“Poi accadde. Una sera, mentre la pioggia batteva sul tetto spiovente della cucina, un grande spirito scivolò per sempre nella mia vita. Reggevo il suo libro tra le mani e tremavo mentre mi parlava dell’uomo e del mondo, d’amore e di saggezza, di delitto e di castigo, e capii che non sarei mai più stato lo stesso. Il suo nome era Fedor Michailovic Dostoevskij. Ne sapeva più lui di padri e figli di qualsiasi uomo al mondo, e così di fratelli e sorelle, di preti e mascalzoni, di colpa e di innocenza. Dostoevskij mi cambiò. L’idiota, I demoni, I fratelli Karamazov, Il giocatore. Mi rivoltò come un guanto. Capii che potevo respirare, potevo vedere orizzonti invisibili.”

 

Henry Molise, un uomo di mezza età, è uno scrittore di successo, vive a Los Angeles con la sua moglie americana e i suoi due figli. Completamente riscattato, grazie al successo e al danaro, dalle sue origini di “dago”.

Le origini, si sa, non si possono cancellare. Una telefonata costringerà il nostro Henry a fare i conti con il proprio passato. Suo fratello, Mario, lo informa che i genitori stanno per divorziare, questa volta per davvero, e che sua madre si sta trasferendo dalla sorella. Gli chiede di ospitare suo padre. Lo scrittore prova a parlarne con sua moglie la quale, lo obbliga a tornare a casa sua e a risolvere la questione.

E così inizia il viaggio di Henry, un viaggio, non solo fisico, ma interiore. A Sant’Elmo rivede la madre, i tre fratelli ma soprattutto, suo padre, Nick Molise, immigrato dall’Abruzzo, un uomo; irriverente, volgare, cocciuto, maschilista, autoproclamatosi “miglior scalpellino d’America”, che passava la maggior parte del tempo al Caffè Roma, con i suoi amici, appunto la confraternita, tali e quali a lui, ad ubriacarsi. Non era solo il “capofamiglia” ma era il supremo giudice, quasi Dio.

La minaccia di divorzio sfuma subito, sua madre aveva scambiato una macchia di sciroppo per una macchia di rossetto, ma un’altra minaccia si abbatte su Henry, a suo padre è stato commissionato un lavoro, costruire un camino in montagna e si aspetta che suo figlio lo aiuti. Henry si rifiuta, vuole ritornare alla sua vita, dalla sua famiglia, ma sarà incastrato da sua madre; i suoi incantesimi culinari e il suo continuo lamento, chi, come me, è del Sud sa bene di cosa parlo, fanno effetto ed Henry finisce per aiutare il padre.

 “La cucina: il vero regno di mia madre, l’antro caldo della strega buona sprofondato nella terra desolata della solitudine, con pentole piene di dolci intingoli che ribollivano sul fuoco, una caverna d’erbe magiche, rosmarino e timo e salvia e origano, balsami di loto che recavano sanità ai lunatici, pace ai tormentati, letizia ai disperati. Un piccolo mondo venti-per-venti: l’altare erano i fornelli, il cerchio magico una tovaglia a quadretti dove i figli si nutrivano, quei vecchi bambini richiamati ai propri inizi, col sapore del latte di mamma che ancora ne pervadeva i ricordi, e il suo profumo nelle narici, gli occhi luccicanti, e il mondo cattivo che si perdeva in lontananza mentre la vecchia madre-strega proteggeva la sua covata dai lupi di fuori.”

Questo, a mio avviso, è il romanzo migliore di Fante. La scrittura alterna momenti di; malinconia, comicità, sarcasmo e commozione, sapientemente dosati. Ci ritroviamo a faticare con loro, durante la costruzione del camino, proviamo entusiasmo quando Henry scopre Dostoevskij, ci arrabbiamo di fronte all’ottusità di Nick e assaporiamo la bontà dei maccheroni e per finire ci sentiamo sbronzi del nettare di Angelo Musso.

E’ il romanzo del rapporto tra padri e figli e dell’amicizia, è lo scontro non solo tra due culture ma anche tra due generazioni, la prima, fatta di gente semplice, di contadini emigrati alla ricerca di una vita migliore per sé e per le generazioni future, l’altra di americani di seconda generazione che imborghesiti rifiutano e guardano con vergogna alle proprie umili origini e rinnegano con forza chi ha permesso loro di fare il salto e conquistare il sogno americano.

E’ il romanzo della riconciliazione tra questi due mondi che avviene grazie agli amici, quelli di carta, Dostoevskij, e quelli in carne ed ossa, gli amici di Nick, la mitica confraternita e il vino indiscusso protagonista e filo conduttore delle storie di queste persone che alla fine unisce.

 

Meglio morire di bevute che morire di sete.

 

Autore: Elia Stella Perrone

Venditrice per necessità, divoratrice di libri per sopravvivenza, quasi improvvisattrice per sfida.

Elia Stella Perrone
Written by Elia Stella Perrone

Venditrice per necessità, divoratrice di libri per sopravvivenza, quasi improvvisattrice per sfida.

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