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#Women Against Violence: like Malala

#Women Against Violence: like Malala

Ieri era la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

In tutte le terre “civilizzate” si sono organizzate manifestazioni per sensibilizzare l’homo sapiens sapiens targato 2013 a non alzare la clava contro Wilma.

Non me ne volete se ne parlo così, sono una donna che di violenze, seppur solo psicologiche, ne fa scorta ogni giorno, si nascondono in tutti i deliziosi lemmi vomitati dal maschio frustrato di turno o dagli atteggiamenti prevaricatori dei soggetti alfa, che mi ricordano ogni giorno di non avanzare troppe richieste tipo diventare madre in piena carriera lavorativa o di non vestirmi come voglio pena dare il lasciapassare per essere importunata. La non libertà di poter girare da sola alle tre di notte, ad esempio, è una violenza indiretta. Diciamo che posso permettermi di parlare, ma mi rifiuto di scolare nel piagnisteo. Non lo trovo utile.

Invece di fare la conta delle morti rosa nell’anno che ci sta per lasciare – già ci hanno pensato tv, giornali e novelli statisti su Facebook – vorrei riflettere insieme a tutte quelle donne che fissano la porta di casa cercando nelle tasche il coraggio di scappare e poi si ritrovano a cucinare la cena per qualcuno che dopo, per un fusillo con poco sugo, le massacrerà di botte.

E lo faccio presentandovi una donna, anzi, una ragazzina che contro non ha un suolo uomo, ma un intero regime, quello talebano.

Lei si chiama Malala Yousafzai, ha sedici anni, è pachistana e il 9 Ottobre 2007 viene crivellata di colpi da uomini talebani saliti sull’autobus che la riporta a casa da scuola.
La sua colpa? Tenere un blog per la BBC dove incoraggia le donne della sua terra, Mingora, situata nel distretto dello Swat, a ribellarsi contro l’editto del regime talebano che nega loro il diritto allo studio.

Nell’attentato, Malala viene ferita gravemente alla testa, trasportata prima nell’ospedale militare Peshawar, in seguito in Inghilterra, subisce delicati interventi per la rimozione dei proiettili dalla testa e dal collo, ancora oggi sul suo viso sono evidenti i segni di quella mattina.

Un anno fa, la rivendicazione dell’attentato è firmato da Ihsanullah Ihsan, portavoce dei taliban pachistani, che descrive Malala come “simbolo degli infedeli e dell’oscenità”.

A questo punto Malala avrebbe potuto ritirarsi a vita privata, magari rimanere in Inghilterra e perdersi tra le donne occidentali dimenticando tutto, invece no. Nonostante le “promesse” di morte inviatele da Ihsan, Malala si rialza e torna a lottare per il diritto allo studio delle sue connazionali.

Il 12 luglio del 2013, in occasione del suo sedicesimo compleanno e indossando lo scialle appartenuto a Benazir Bhutto, parla al palazzo delle nazioni unite di diritti e studio, del suo discorso una frase taglia la sala:

“Nessuno ci può fermare. Alzeremo la voce per i nostri diritti e la nostra voce porterà al cambiamento”.

Malala è una ragazzina che ha iniziato a lottare per i suoi diritti a tredici anni, in un paese dove le donne hanno poca scelta, pochi “voglio” e tanti “devo”. E’ stata quasi uccisa e sa benissimo di essere “un morto che cammina” (cit. Borsellino), eppure ogni giorno indossa il suo velo e lotta contro gli uomini e allo stesso tempo per gli uomini, ma soprattutto per le donne, non solo pachistane, tutte. Tutte le donne che vengono represse da regimi propriamente detti e da quelli meno “ufficiali”, ovvero i “regimi privati”, dove un uomo impedisce ad una donna di crearsi un’indipendenza sia fisica che intellettuale.

Ecco, mi fermo un attimo, non voglio alimentare un “senso di colpa” nelle donne che sentono di non avere lo stesso coraggio di ribellarsi, di alzarsi in piedi dopo l’ennesimo pestaggio e dire “basta”. No, non servirebbe, sarebbe un altro doloroso supplizio in animi già piagati.

Quello che sto dicendo è che si può fare. Come? Partendo da dentro, da noi stesse.

In Italia non siamo libere, non lo siamo affatto. La nostra libertà finisce dove inizia quella di uomo che decide di seguirci notte e giorno, di minacciarci, di farci credere che da sole non possiamo, non dobbiamo, non dobbiamo desiderare di essere libere. Finisce per un fusillo con poco sugo, finisce, purtroppo, anche dove noi decidiamo che debba finire, con le ossa rotte in un letto di ospedale, o peggio, nella convinzione che siamo noi le colpevoli, che siamo state noi a provocare, che forse dovevamo stare al posto nostro e fare quello che lui ci ha detto di fare, per il quieto vivere, o più brutalmente, perché qualcuno ci ha cresciute facendoci credere di essere peccatrici a prescindere.

Non siamo libere, ma dobbiamo lottare per esserlo, partendo dalla convinzione di non doverci ricoprire di santità ma nemmeno di dover pagare i peccati del mondo. Siamo persone, donne e  “nessuno ci può fermare. Alzeremo la voce per i nostri diritti e la nostra voce porterà al cambiamento”.

Malala a tredici anni si è messa contro un regime, noi possiamo metterci contro un uomo, anzi, contro la sua violenza. Possiamo, dobbiamo, ma soprattutto dobbiamo volerlo.

 

Foto di Enrico Paravani ©

Autore: TerzaStrada

La voce di chi sa che la forza degli uomini liberi sta nel pensiero e nella parola.

TerzaStrada
Written by TerzaStrada

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1 Comment responses

  1. Avatar
    giugno 17, 2015

    Sempre brava Francesca Luciani

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